[04. Accessibile
È l’imballaggio capace di proporsi in modo “facile” a chi lo utilizza. Accessibile è il packaging quando sa offrirsi all’utilizzo in modo semplice e intuitivo, e così tiene conto del diritto di ogni consumatore di poter avvicinare, comprendere e usare un prodotto.
Il packaging come atto di cura, tra inclusione e responsabilità rigenerativa
Progettare con cura significa governare l’innovazione per proteggere il futuro, trasformando l’imballaggio da potenziale scarto a “mediatore etico” capace di orientare le azioni umane verso il benessere collettivo e la protezione del pianeta.
Siamo abituati a pensare al design come a una disciplina della forma, spesso confusa con lo “styling”: un intervento limitato alla superficie che, se fine a se stesso, rischia di scivolare in una forma di narcisismo estetico. Si tratta, invece, di un’area progettuale che si occupa di anticipare e risolvere problemi: risponde ai bisogni delle persone, nel rispetto dell’ambiente e compatibilmente con i vincoli e i requisiti delle diverse filiere produttive.
Nel caso del progetto dell’imballaggio, in un panorama globale segnato da crisi sistemiche e da logiche ancora prettamente tecnocratiche, questa prospettiva supera la mera risoluzione di problemi tecnici ed evolve verso una “governance della cura”, secondo un approccio basato sull’empatia e sul supporto alle persone che utilizzano i prodotti confezionati, nonché sulla riduzione degli impatti.
È necessario, in questo senso, distinguere tra il “design per la cura” e il “design come atto di cura”: se il primo si limita a soluzioni esplicitamente destinate alla salute, come nel settore farmaceutico, il secondo rappresenta una postura universale di chi progetta nel “prendersi cura”, con responsabilità etica, delle persone, così come dei contesti (società, ambiente) e dei sistemi economici (filiere produttive e mercato) in cui un prodotto si inserisce.
La cura non è dunque un’aggiunta funzionale, ma la sostanza stessa dell’agire responsabile di fronte alle crisi del nostro tempo.
Il termine “crisi” (dal greco krísis) indica, etimologicamente, il momento della decisione: in origine, costituiva il momento in cui si separava il grano dalla pula. Oggi progettare con cura significa, proprio come nel mondo antico, decidere che cos’è vitale e che cos’è superfluo per le persone. Significa usare il discernimento e lo spirito critico (altro termine che deriva dalla stessa radice etimologica di crisi) per riparare le relazioni sistemiche, tanto sul piano sociale quanto su quello ambientale, ridefinendo i rapporti tra l’umanità e il pianeta.
La parola “responsabilità” indica, invece, la capacità di rispondere (dal latino respondeo) delle proprie azioni, anticipando le conseguenze delle proprie scelte.
Progettare con cura implica valutare preventivamente gli impatti futuri, riflettere sui limiti della produzione e accogliere la diversità umana in ogni dettaglio progettuale.
In questo scenario, il packaging cessa di essere un elemento neutro o un mero supporto logistico per acquisire una propria “agency” (capacità d’azione) progettuale: uno strumento attivo capace di abilitare scelte virtuose e scoraggiare pratiche dannose.
Ogni confezione racchiude dunque un potenziale trasformativo. Considerare il packaging come “atto di cura” implica espandere gli orizzonti del progetto, superando la visione focalizzata sul singolo prodotto per abbracciare una prospettiva olistica, capace di mettere a sistema l’attenzione alle persone (user-centered) e all’intero ecosistema vivente (life-centered).
In ottica user-centered, come evidenziato dal megatrend della “Caring Economy” (già identificato in numerosi report, tra cui l’iF Design Trend Report 2026), tra le sfide che oggi il packaging deve affrontare vi sono quelle dell’accessibilità e dell’inclusione, convertendo l’atto progettuale in un impegno a offrire soluzioni che rispettino la variabilità umana e proteggano la fragilità.
In Brasile, Piracanjuba ha trasformato le proprie confezioni di latte in uno strumento per contrastare la disinformazione sul Disturbo dello Spettro Autistico, una condizione neurobiologica congenita che influenza la comunicazione, l’interazione sociale e il comportamento, manifestandosi con intensità variabile (da lieve a necessità di supporto significativo) fin dai primi anni di vita.
Spesso erroneamente associato a una patologia, l’autismo in realtà è una forma di neurodivergenza: variazioni naturali del funzionamento cerebrale rispetto alla norma (neurotipicità), che descrivono cervelli che elaborano, apprendono e interagiscono in modi unici. Oltre all’autismo, include condizioni come l’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività) o la dislessia.
Grazie alla capillarità distributiva e alla potenzialità del packaging come mass medium, Piracanjuba trasforma la confezione di un prodotto di largo consumo in un attivatore di consapevolezza sull’inclusione delle persone più fragili.
Oltre a sensibilizzare la società sul tema della neuroinclusività, diventa sempre più urgente considerare le esigenze delle persone neurodivergenti nella progettazione del packaging. Casi come le “Love Notes” di Kellogg’s, nate dalla collaborazione con organizzazioni come Autism Speaks e la National Federation of the Blind per integrare sticker tattili materici, messaggi in Braille e audio registrabili, mostrano come l’imballaggio possa diventare un’interfaccia di supporto multisensoriale per bambine e bambini neuroatipici o con disabilità sensoriali.
Tuttavia, al di là di progetti esplicitamente dedicati alla neurodivergenza, la cura si manifesta ancora di più quando il design è “silenzioso”, il che implica assumere una postura progettuale che non cerca il protagonismo di soluzioni apertamente dichiarate per la diversità, ma agisce sottovoce, in modo discreto, per minimizzare le interferenze sensoriali e proteggere lo spazio mentale dell’utente da stimoli che potrebbero innescare un sovraccarico cognitivo.
Questo tipo di approccio trasforma un gesto quotidiano in un’esperienza di autonomia e dignità, configurandosi come uno strumento per contrastare il cosiddetto abilismo: una forma di discriminazione e pregiudizio nei confronti delle persone con disabilità, basata sulla presunzione che il corpo e la mente “abili” siano la norma, un limite che il design, come atto di cura, ha il dovere di superare.
L’evoluzione dell’approccio user-centered impone di superare i confini dell’accessibilità puramente fisica: la sfida contemporanea risiede nella neuroinclusività e nella tutela delle specificità percettive e sensoriali.
L’attenzione al packaging, inteso come una vera e propria “interfaccia sensoriale”, si traduce in un’accurata coreografia dell’esperienza di unboxing. Questo momento viene concepito come uno spazio protettivo e calmante. Per le persone con specifiche sensibilità nell’elaborazione degli stimoli, l’atto di aprire una confezione può infatti rivelarsi fonte di profondo disagio acustico o visivo.
Progettare con cura implica quindi la scelta di finiture opache per evitare riflessi abbaglianti: è fondamentale escludere colori fluorescenti o contrasti eccessivi, che rischiano di sovraccaricare l’utente.
I sistemi di apertura vengono progettati affinché non generino rumori molesti (come il crinkling) e il comportamento sonoro dei materiali viene calibrato per emettere frequenze attenuate, ispirandosi alle logiche di rilassamento tipiche dei fenomeni ASMR (Autonomous Sensory Meridian Response), cioè quei suoni delicati e sussurrati che favoriscono la distensione mentale. In questo modo, la rimozione di un involucro e l’accesso a un prodotto si trasformano da potenziali fonti di stress in un rituale rilassante.
L’imballaggio così estende la propria funzione, trasformandosi da mero contenitore tecnico-commerciale in uno strumento di supporto all’autonomia individuale, attraverso un’ergonomia dell’oggetto che, oltre a conformarsi alle capacità fisiche dell’utente, rispetta anche la sua stabilità neurologica e percettiva.
Nei contesti educativi orientati dal modello TEACCH (Treatment and Education of Autistic and related Communication-handicapped CHildren), un programma terapeutico e didattico strutturato per lo spettro autistico, la confezione assume un nuovo significato attraverso le cosiddette “task box”: contenitori che, grazie alla propria struttura, guidano l’utente nello sviluppo della coordinazione motoria e nel riconoscimento di forme o colori, senza bisogno di spiegazioni complesse.
Una simile funzione di contenimento e regolazione emotiva si esprime nelle “self-soothe boxes”, o scatole di autocalmamento. Qui il packaging assume la forma di un kit personalizzato per il benessere sensoriale. L’involucro organizza ordinatamente al proprio interno strumenti tattili da manipolare, stimoli uditivi isolanti e supporti visivi familiari. Il contenitore agisce come un micromondo geometricamente rassicurante in cui rifugiarsi per mitigare i picchi di sovrastimolazione ambientale.
Per una persona autistica, la prevedibilità delle strutture e delle abitudini visive rappresenta un pilastro fondamentale per l’orientamento quotidiano. Di conseguenza, qualsiasi mutamento improvviso nella grafica di un’etichetta o nella tavolozza dei colori di un marchio può indurre un profondo senso di disorientamento, fino al rifiuto del bene di consumo o dell’alimento quotidiano.
Progettare un packaging inclusivo significa trasformarlo in un presidio di accessibilità che riduca il sovraccarico sensoriale e renda il consumo un gesto quotidiano sicuro e autonomo.
Come detto in apertura, la pratica della cura estende l’orizzonte del progetto dalle persone (user-centered) a una scala ecosistemica (life-centered), integrando le dimensioni ambientale, sociale ed economica dello sviluppo sostenibile. Questo cambio di paradigma supera la concezione tradizionale di circolarità per approdare a un approccio rigenerativo. Di fronte alle crisi contemporanee, l’obiettivo non può limitarsi alla minimizzazione del danno; l’innovazione deve massimizzare il beneficio tangibile, ripristinando gli equilibri ecologici e relazionali compromessi. Secondo i principi della Regenerative Sustainability, il progetto agisce così come una forza curativa per gli ecosistemi.
Questa postura si manifesta quando il packaging, oltre a essere riciclabile, acquisisce nuove funzioni d’uso sia nella sua prima vita (per esempio, come mass medium) sia nel post-consumo (attraverso il riutilizzo). L’imballaggio si trasforma da potenziale rifiuto, che perde ogni significato e valore una volta svuotato, in una risorsa strategica per l’individuo e la collettività.
Adottare la cura significa, in definitiva, umanizzare l’innovazione attraverso una mediazione sistemica capace di farsi carico delle necessità delle persone, della società e dell’ambiente. In un panorama segnato dall’irruzione dell’intelligenza artificiale nei processi creativi, la vera intelligenza di un progetto si misura nella sua capacità di generare ascolto, empatia e senso del limite.
In quanto artefatto onnipresente nella nostra quotidianità, il packaging ha la responsabilità etica di dare forma a un futuro in cui il benessere individuale, collettivo ed ecosistemico non sia solo un obiettivo progettuale, ma la sostanza stessa del nostro agire.
[ Fonte immagine di copertina: Freepik – Magnific.com
